L’Otto per Mille al tempo del COVID-19

In questo periodo di emergenza si è letto di innumerevoli atti di Solidarietà provenienti dagli ambiti più disparati della società.  La lista dei partecipanti alla corsa alle donazioni a ospedali, istituti di ricerca e alle regioni più colpite dall’epidemia è lunghissima e si aggiorna continuamente. Non c’è azienda, ente, società sportiva o testimonial che non abbia lanciato una propria raccolta fondi.

A questo gruppo appartiene anche la CEI, che nei giorni scorsi ha destinato 3 milioni di euro provenienti dall’8 per mille a favore delle strutture sanitarie (10 milioni di Euro alle 220 caritas Diocesane e 500 mila euro alla fondazione Banco alimentare), oltre ad aver lanciato insieme a Caritas una raccolta fondi della durata di un mese. Anche le singole diocesi hanno dato il loro contributo fornendo strutture e centinaia di posti letto e 2 Milioni di Euro per l’istituzione di San Giuseppe, al fine di aiutare tutti coloro che in questo periodo stanno perdendo il Lavoro.

Cifre considerevoli, che si inseriscono però in un complesso quadro di bilancio Stato Chiesa che ci sembra utile analizzare.

Premesso che non esistono bilanci ufficiali sull’ammontare totale dei fondi pubblici e dei privilegi fiscali di cui ogni anno gode la Chiesa Cattolica italiana, si possono trovare stime dettagliate che possono aiutarci nella quantificazione dei costi. Tra le più recenti e in costante aggiornamento ci sono quelle dell’UAAR che ne “I costi della Chiesa” forniscono dettagli sulle “voci di costo” dello Stato Italiano nei confronti della Chiesa Cattolica. 

Se voci come i 15 milioni di euro di contributo all’editoria cattolica o le esenzioni dal Canone Rai possono far sorridere, cresce lo sgomento nello scorrere quelle che pesano maggiormente sul totale conteggio costi di circa 7 miliardi, tra cui quelle relative alle esenzioni Imu (circa 620 milioni annui, esclusi gli arretrati), spinoso tema sul quale si è mossa anche la Corte di Giustizia Europea che le ha giudicate incompatibili con le norme sugli aiuti di Stato in quanto conferiscono alle attività con finalità commerciale svolte in edifici di proprietà della chiesa un evidente vantaggio competitivo. Si passa poi al miliardo e 250 milioni per coprire i costi degli insegnanti di Religione cattolica nelle scuole, anacronistico retaggio incompatibile con la laicità del nostro Paese e al famosissimo otto per mille, che tutti hanno sentito nominare ma di cui pochi conoscono l’esatto funzionamento.

MA COME FUNZIONA L’OTTO PER MILLE?

Il Sistema dell’otto per mille, nato nel 1985 come nuovo meccanismo di pagamento degli stipendi dei sacerdoti ed entrato in vigore nel 1990, consente di destinare l’8 per mille del gettito IRPEF allo Stato Italiano, alla Chiesa cattolica o alle altre confessioni religiose di intesa con lo Stato (Valdesi, Ebrei, Avventisti, Luterani, Pentecostali, Battisti, Unione Induista Italiana, Unione Buddhista Italiana, Chiesa Apostolica, Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia, Soka Gakkai). Questo viene distribuito in misura proporzionale  sulla base delle scelte fatte in sede di dichiarazione dei redditi e può essere impiegato solo per attività concordate nell’intesa tra la stessa confessione religiosa e lo Stato. 

L’assegnazione dell’otto per mille è volontaria fino ad un certo punto, o meglio lo è solo se si esprime la propria preferenza. E che fine fanno i soldi di chi non firma per nessuno? Anche quelli vengono distribuiti proporzionalmente secondo i voti di chi l’ha espressa.

Considerato che circa il 60% dei soggetti dichiaranti non esprime una preferenza e che circa il 70% di chi la esprime sceglie la Chiesa Cattolica, a quest’ultima va ogni anno circa l’80% del totale. Sulla base delle dichiarazioni del 2015 di un totale di 1 Miliardo e 400 milioni, nel 2019 sono stati destinati alla Chiesa Cattolica circa 1 Miliardo e 130 milioni, di cui circa 850 milioni provenienti da scelte inespresse. Allo Stato, secondo beneficiario dell’Otto per mille, è toccato un misero 13% (pari a circa 200 milioni).

Questi squilibri sono causati sia dalla mancanza di informazione da parte dello Stato, sia dal fatto che tra le varie confessioni religiose la Chiesa Cattolica è l’unica ad avere I mezzi per campagne pubblicitarie martellanti (64 milioni di Euro sulla sola Rai tra il 1998 e il 2013).

Tutte le confessioni religiose che concorrono alla ripartizione dell’otto per mille sono obbligate a redigere un rendiconto sull’effettivo utilizzo delle somme percepite. Questo rendiconto, quando presente, risulta spesso ben poco trasparente.

Per quanto riguarda la Chiesa Cattolica, solo circa il 20% dell’otto per mille ricevuto viene destinato a scopi di carità, contrariamente a quanto viene fatto intendere da molte delle campagne pubblicitarie. Circa Il 35% viene impiegato per il sostentamento del clero, mentre il 40% viene impiegato per un generico “uso di culto”,  in cui è compresa anche la creazione di nuove chiese e la gestione del patrimonio. Per non parlare poi degli scandali derivanti da alcune indagini sull’uso dei fondi da parte di rappresentanti del clero per l’acquisto privato di beni di lusso, soggiorni in hotel e droga.

La stessa Corte dei Conti nel 2014, 2015, 2016, 2018 ha definito l’8 per mille un sistema «opaco, senza controlli, senza informazione per i cittadini, discriminante dal punto di vista della pluralità religiosa», evidenziando problematiche quali «le scelte non espresse e la scarsa pubblicizzazione del meccanismo di attribuzione delle quote; l’entità dei fondi a disposizione delle confessioni religiose; la poca pubblicizzazione delle risorse erogate alle stesse; la rilevante decurtazione della quota statale; errori e anomalie riguardo alla reale attribuzione delle risorse nel rispetto della volontà espressa dal contribuente»

LA PROPOSTA

In attesa che si faccia luce sulle controversie dell’8 per mille e che lo stato si decida a modificare una legge evidentemente lacunosa, discriminante e ingannevole nei confronti del contribuente è da apprezzare la proposta di un gruppo di docenti universitari che chiedono ai rappresentanti delle varie confessioni religiosi e allo Stato di mettere a disposizione la quota delle preferenze non espresse dell’otto per mille di quest’anno all’emergenza COVID.

La somma immediatamente disponibile sarebbe di circa 800 milioni di euro (ben oltre i 13 finora disposti dal Vaticano) ovvero lo 0,6% della quota totale di otto per mille e lo 0,16% dei circa 6 miliardi che ogni anno la Chiesa Cattolica riceve dallo stato.

Potrebbe essere un atto di responsabilità da parte della Chiesa “povera tra i poveri” sognata da Papa Francesco e l’inizio di un percorso, forse utopistico, che conduca ad una maggior trasparenza sui rendiconti di fondi pubblici ed esenzioni concesse dallo Stato Italiano alla Chiesa Cattolica, magari in previsione dell’utopia ancor più grande di un autofinanziamento da parte di tutte le religioni, senza necessità di attingere alle laiche casse dello Stato.

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